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sabato 30 gennaio 2021

IL SISTEMA: STORIA SEGRETA DELLA MAGISTRATURA ITALIANA (2)

 

(tratto dal capitolo "La Repubblica del Sud - La piazza di Ingroia, il rebus Di Matteo" da il libro "il sistema" di Alessandro Sallusti e Luca Palamara, pag. 102 - Ed. Rizzoli)

L'estratto di "Cane non morde cane - la marcia su Roma di Pignatone" disponibile a questo LINK 

 

 

 Due anni dopo Di Matteo ci riprova.
E questa volta, siamo nel 2017, le correnti si accordano per dargli il via libera. Fu una delle rare volte che al Csm ci facemmo condizionare dalla grancassa mediatica. Nessuno di noi era in cuor suo convinto, ma bocciare per la seconda volta il magistrato paladino dell’antimafia sarebbe stata una decisione troppo impopolare. Sapevamo che saremmo andati incontro ad altri problemi, che infatti puntualmente si presentarono.


Di che problemi parliamo?
La nomina di Di Matteo alla Direzione antimafia è in concomitanza con quella di Cafiero De Raho – di cui abbiamo già detto – alla procura generale antimafia. De Raho riorganizza il lavoro costituendo nuovi pool investigativi, nella speranza di superare le conflittualità e le sovrapposizioni tra il centro e la periferia, dovute perlopiù a invidie e gelosie, generate dal metodo di lavoro in vigore. Di Matteo viene assegnato al «gruppo stragi», ma dura poco. Il 20 maggio 2019, ospite ad Atlantide, la trasmissione di Andrea Purgatori su La7, Di Matteo sostiene, parlando della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della sua scorta, che «è altamente probabile che insieme a uomini di Cosa Nostra abbiano partecipato alla strage anche uomini estranei a Cosa Nostra». Cafiero De Raho, che di suo non è un cuor di leone, lo rimuove su due piedi da tutti gli incarichi.

Chi può aver chiesto la testa di Di Matteo?
Al Quirinale da quattro anni non c’è più Napolitano, che di quel complottismo si sentiva vittima, bensì Mattarella. Ma il clima di cautela e
scetticismo nei confronti di certe tesi non è cambiato, come perplessa è una larga parte della magistratura, e sul mio telefono ce n’è ampia traccia. «Di Matteo è incredibile» mi messaggia Francesco Cananzi, segretario di Unicost e componente del Csm, la sera di una delle sue esternazioni in tv. Io, quando vengo a sapere della rimozione, scrivo a De Raho: «Grande Federico», intendendo che aveva dimostrato di avere gli attributi. Il clima è tale che anche il Csm apre una pratica per le dichiarazioni di Di Matteo.

 

Procedimento chiuso il 20 ottobre del 2020 con un nulla di fatto, per un ripensamento di De Raho proprio sull’onda del caso Palamara. In una lettera al Csm De Raho scrive che revoca la sospensione di Di Matteo «per evitare aggravi procedurali e decisionali in un momento particolarmente delicato per l’immagine della magistratura».
Come sarebbe interessante sapere come si è determinata, in un senso e nell’altro, la sospensione di Di Matteo, altrettanto lo sarebbe conoscere il nome che gli ha consigliato la revoca. Escludo che si tratti di farina del suo sacco.

Secondo lei chi sono oggi gli amici di Di Matteo?
Nella magistratura lo è stato Davigo e oggi lo è Ardita. In politica lo sono stati sicuramente i Cinque Stelle. Non dimentichiamo che, nel 2015, Di Matteo apre anche un fronte politico partecipando a un convegno organizzato dal gruppo grillino della Camera e che, nel 2017, a pochi mesi dalle elezioni politiche, rispondendo a una domanda di un giornalista, dice di «non escludere» di accettare l’offerta di fare il ministro in un eventuale governo Cinque Stelle, perché «per me i pm possono fare politica»; cosa che Di Maio commentò con un eloquente: «È una bella notizia».

Amici amici, ma nei fatti Di Matteo è rimasto al palo. Si è fatto un’idea del perché?
Guardi, quando nel 2018 nasce il governo tra Cinque Stelle e Lega, nel mondo della magistratura si dà per scontato di vedere Di Matteo ministro della Giustizia, o comunque in un posto importante del ministero, capo di gabinetto o a capo del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che sovrintende al sistema carcerario. Parlando in quei giorni con la mia collega Maria Casola, che sta al ministero, ammetto che per la
prima volta dopo anni ho la sensazione di trovarmi fuori dai giochi. Del resto è normale, è cambiato il mondo politico e toccherà ad altri dirigere il traffico.

 

Ma l’attesa rivoluzione non accade.
Con mia sorpresa per i posti chiave vedo spuntare persone non vicine, almeno in teoria, né a Davigo né a Di Matteo, ma a vario titolo alla mia corrente: da Fulvio Baldi, che diventa capo di gabinetto, all’oggi noto Francesco Basentini a capo del Dap (sarà costretto dopo pochi mesi alle dimissioni, travolto dalle polemiche sulle scarcerazioni facili, tra cui quelle di diversi pericolosi boss, durante la prima ondata dell’emergenza Covid).

Andiamo con ordine. La sera di domenica 2 maggio 2020, nel pieno delle polemiche per le scarcerazioni, collegato telefonicamente con Massimo Giletti a Non è l’Arena su La7, Di Matteo a sorpresa svela: «Il ministro della Giustizia Bonafede, appena insediato, mi telefonò – siamo nel giugno 2018 – e mi chiese se mi andava di dirigere il Dap. Mi presi 48 ore di tempo e gli comunicai che avrei accettato, ma lui nel frattempo ci aveva ripensato. I capimafia, evidentemente, erano contrari alla mia nomina». E scoppia un putiferio.
La prima parte della storia è ovviamente vera, sulla fondatezza della seconda ho qualche dubbio, nel senso che è ovvio che la mafia non voglia vedere Di Matteo al Dap; per la verità, la mafia vorrebbe vedere Di Matteo morto, al punto che è l’uomo più protetto d’Italia. L’idea che mi sono fatto è un’altra.

Quale?
Le faccio vedere uno scambio di messaggi che, giusto il 2 giugno 2018, proprio nel periodo a cui fa riferimento Di Matteo per la sua telefonata con Bonafede, ho con Maria Casola, la mia sponda al ministero: Ore 10:05, Maria Casola: «Non abbiamo nessun peso politico».
Ore 11:32, io le rispondo: «Al momento la situazione è questa».
Ore 18:54, Maria Casola: «Ma Pignatone ambisce a incarichi ministeriali?».
Ore 18:55, io: «Penso siano le solite ridde di voci su tutti». Ore 18:56, Maria Casola: «E com’è che viene spesso?».

Ore 18:56, io: «Con Bonafede o Cesqui?».
Ore 18:57, Maria Casola: «Non lo so da chi va, so che passa nel corridoio. Ma non lo dire a nessuno, ti prego».
Allora la domanda è: che ci faceva Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, capo del «partito dei procuratori» che certo non ama Di Matteo e, come abbiamo già visto e ancor meglio vedremo in seguito, perno del famoso «Sistema» che tutto regola e tutto decide, nelle stanze del ministero in quei giorni decisivi per le nomine?

Immagino che lei un’idea ce l’abbia.
Una risposta ufficiale potrebbe essere che la procura di Roma aveva aperto un’inchiesta sul costruttore Luca Parnasi, poi arrestato, per sospette tangenti sul progetto di costruzione del nuovo stadio della Roma. L’inchiesta coinvolgeva tra gli altri anche Luca Lanzalone, avvocato amico di Beppe Grillo e del ministro Bonafede, che da poco era stato nominato da Virginia Raggi a capo dell’Acea, l’azienda municipalizzata di Roma. Può essere che Pignatone volesse ascoltare Bonafede come persona informata dei fatti, per via di alcune e-mail che i due si erano scambiati. Ma perché disturbare ripetutamente, mi chiedo, un ministro insediato da pochi giorni? E perché non era presente agli incontri, come prassi vorrebbe, la pm che si occupava dell’inchiesta, Barbara Zuin?

Le sue sono solo ipotesi, congetture.
Allora le dico un’altra cosa. Il capo del Dap non è solo colui che si occupa del vitto e alloggio dei detenuti. Il suo è un ruolo chiave, direi strategico, nella gestione della marea di informazioni captate, in un modo o nell’altro, dentro le carceri, soprattutto quelle che riguardano i detenuti mafiosi. Se durante un colloquio, un’intercettazione ambientale in cella, una soffiata tra detenuti, emerge l’ipotesi che il politico X o l’imprenditore Y sono collusi, il primo a saperlo è il capo del Dap, che quella notizia – anche quelle che trapelano dalle celle del 41 bis che ospitano i boss, tipo l’allusione che Totò Riina fece su Berlusconi durante l’ora d’aria – la gestisce come meglio crede. Un potere giudiziario e politico enorme – oltre che ben remunerato – concentrato nelle mani di una sola persona, che nel caso di Di Matteo è pure una persona fuori dal «Sistema» e quindi incontrollabile. Di Matteo, questa è la mia tesi, per evitare altri guai, non è stato fermato né da Bonafede né tantomeno dalla mafia, ma dal famoso «Sistema» che non voleva perdere il controllo della situazione.

Quindi secondo lei Bonafede si è semplicemente adeguato, e per questo non è riuscito a dare risposte convincenti alle accuse di Di Matteo.
Bonafede è un politico che per la prima volta si trova a maneggiare un mondo complesso come il nostro, e inevitabilmente è portato a dare fiducia a una cerchia ristretta di persone, e diciamo pure un sognatore che dall’oggi al domani si è trovato al centro di giochi di potere più grandi di lui. In assoluta buona fede – immagino – telefona al grande Di Matteo, mito suo e dei suoi elettori, e gli chiede di entrare in partita. Quando il «Sistema» lo viene a sapere, lo avvicina e tra lusinghe e allusioni lo riporta con i piedi per terra: ministro, non hai capito come funziona il mondo.

E quindi dalla mattina alla sera Bonafede molla Di Matteo e per il Dap va su Basentini.
Che, detto con rispetto, è come, nel calcio, mollare Ronaldo per Mario Rossi.

Ma perché proprio Basentini?
Al ministero c’è un giovane magistrato amico di Bonafede e da lui molto ascoltato, Leonardo Pucci, che tra il 2014 e il 2015, prima di trasferirsi in Toscana dove aggancia il futuro ministro, ha lavorato a Potenza insieme a Basentini, di cui è diventato amico. Basentini – da me sostenuto – diventa procuratore ed è noto per l’inchiesta Tempa Rossa sui giacimenti petroliferi dell’Eni che nel 2016, con il governo Renzi, portò alle dimissioni della ministra Federica Guidi e coinvolse pure Maria Elena Boschi. Ricordo che, dopo l’interrogatorio della Boschi, Basentini volle incontrarmi insieme al procuratore Luigi Gay e all’aggiunto Laura Triassi per relazionarmi su quanto stava accadendo e per mandare messaggi distensivi. L’incontro avvenne presso il bar Vanni e in quell’occasione Basentini mi disse che l’interrogatorio della Boschi non era durato un paio d’ore ma molto meno, e che le lungaggini erano state determinate dal fatto che durante l’audizione il computer si era bloccato, con grande imbarazzo dei presenti. Non capivo allora e non capisco nemmeno oggi il perché vollero vedermi e soprattutto la necessità di sentire la Boschi, se non ce n’era alcun bisogno.

Mi sta dicendo che tre amici al bar, di cui due praticamente sconosciuti, hanno fatto le scarpe al grande Di Matteo?
Non esattamente. Le sto dicendo che qualcuno ha stoppato Bonafede su Di Matteo e che il ministro, messo alle strette e non sapendo per inesperienza a che santo votarsi, si è fidato e affidato a una ristretta cerchia di persone, con i risultati che purtroppo ben conosciamo. Sarà un caso, ma l’anno successivo, nel 2019, Di Matteo si candida con successo per il Csm, lui che teorizzava la necessità che un magistrato, se voleva essere duro e puro, doveva stare alla larga dalle correnti e dai giochi di palazzo. Probabilmente – è una mia idea – dopo la batosta del Dap ha capito anche lui che se sei fuori da quelle stanze, se non entri nel «Sistema» e inizi a mediare, puoi essere bravo fin che vuoi ma non vai da nessuna parte. A pensare di essere troppo bravi – peggio ancora, i più bravi di tutti – in magistratura si rischia di inciampare, come è successo a Henry John Woodcock, il famoso procuratore di Napoli, sull’inchiesta Consip e non solo.


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